Il Vangelo della Domenica con Albino Luciani: 4 luglio 2021, XIV del tempo ordinario (B)

“Il Vangelo della domenica con Albino Luciani”

Domenica 4 luglio 2021: XIV del tempo ordinario (B)

(Ezechiele 2, 2-5; Salmo 122; 2Corinzi 12, 7-10; Marco 6, 1-6)

                Ezechiele, Paolo e Gesù sono i protagonisti delle letture di questa domenica, XIV del tempo ordinario; grazie a ciascuno di loro entriamo in relazione con il mistero di Dio, della sua rivelazione e della sua missione di salvatore del mondo.

Per Ezechiele il mistero di Dio è uno spirito che, entrando in lui, lo fa alzare in piedi (segno di attenzione e di prontezza della risposta) e gli parla dicendogli: “Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli. (…) Tu dirai loro: “Dice il Signore Dio”. Ascoltino o non ascoltino – dal momento che sono una genìa di ribelli -, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro”. Ezechiele è mandato come uomo di Dio, un “porta parola divina” che ha il compito di essere presente in mezzo al popolo e di essere voce del Signore: non è suo compito convertire, convincere, arrivare a un risultato. La fedeltà a tale missione è la migliore risposta alla chiamata divina che spinge là dove non si oserebbe andare, là rispetto a quello che non si oserebbe dire: non portare una parola, un messaggio proprio vuole dire vivere al libertà della risposta e la libertà da se stessi per poter compiere al meglio la missione affidata da Dio.

Il salmo 122 esprime il grido di aiuto e la richiesta inviata a Colui “che siede nei cieli”: il salmista dire che quando è troppo, è troppo e quindi esprime con parole accorate la sua richiesta a Dio di avere pietà, di venire in soccorso al disprezzo, allo scherno. Alzare lo sguardo al Signore Dio è esprimere a Lui la fede e la fiducia in un suo intervento salvifico.

Per Paolo l’esperienza della fede è legata a doppio filo alla sua vita da convertito e alle prove che da essa conseguono. Sarebbe stato facile per l’Apostolo delle genti “montare in superbia” e rinfacciare di fronte a tutti il suo essere stato chiamato direttamente dal Signore Gesù; invece la sua esperienza di prova, derivante dalla sua conversione e dal suo mandato, lo porta ad affermare una fede “purificata” dalla prova e da quella prova particolare che è la lotta contro “un inviato di Satana per percuotermi”. Dentro qui il grido di Paolo si fa sentire, per tre volte, da parte del Signore che gli risponde: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. L’Apostolo impara che la fede matura in un affidamento veramente pieno, totale, completo al Signore della chiamata, affidando a Lui anche e soprattutto le debolezze personali, gli oltraggi, le difficoltà, le persecuzioni e le angosce “sofferte per Cristo”.

Per Gesù, vero uomo e vero Dio, l’esperienza della missione tra i suoi diventa una vera e propria prova da superare. Siamo di fronte ad una rivelazione “bloccata” da quello che noi possiamo chiamare pregiudizio della gente che pensa, senza umiltà, di sapere e di conoscere il proprio interlocutore, stupendosi di ciò a cui assistono e ciò di cui sentono venire dalla sua persona. Un sacco di domande che cercano risposte “retoriche” e che bloccano sul nascere qualsiasi tentativo di cambiamento, di conversione. Anche Gesù si meraviglia della loro incredulità: umanamente non deve essere stato facile per lui accettare questa reazione così incredula, ostile, di chiusura. La novità rimane relegata nello stupore che, però, non apre, bensì chiude alla possibilità di accogliere l’insegnamento, la testimonianza e i gesti compiuti, anche quelli più eclatanti, anche quelli più facilmente riconducibili alla rivelazione di un potere che non è solamente umano. Di fronte a tutto questo, Gesù “percorreva i villaggi d’intorno, insegnando”, continua senza arrendersi o scoraggiarsi.

Nell’udienza generale del 13 settembre 1978 Papa Giovanni Paolo I ebbe a parlare della fede in questi termini:

Quando si tratta di fede, il grande regista è Dio, perché Gesù ha detto: nessuno viene a me se il Padre mio non lo attira. San Paolo non aveva la fede, anzi perseguitava i fedeli. Dio lo aspetta sulla strada di Damasco: «Paolo – gli dice – non sognarti neanche di impennarti, di tirar calci, come un cavallo imbizzarrito. Io sono quel Gesù che tu perseguiti. Ho disegni su di te. Bisogna che tu cambi!». Si è arreso, Paolo, ha cambiato, capovolgendo la propria vita. Dopo alcuni anni scriverà ai Filippesi: «Quella volta, sulla strada di Damasco, Dio mi ha ghermito; da allora io non faccio altro che correre dietro a lui, per vedere se anche io sarò capace di ghermirlo, imitandolo, amandolo sempre più». Ecco che cosa è la fede: arrendersi a Dio, ma trasformando la propria vita. Cosa non sempre facile. Agostino ha raccontato il viaggio della sua fede; specialmente nelle ultime settimane è stato terribile; leggendo si sente la sua anima quasi rabbrividire e torcersi in conflitti interiori. Di qua, Dio che lo chiama e insiste, e di là, le antiche abitudini, «“vecchie amiche” – scrive lui –, e mi tiravano dolcemente per il mio vestito di carne e mi dicevano: “Agostino, come?!, tu ci abbandoni? Guarda, che tu non potrai più far questo, non potrai più far quell’altro e per sempre!”». Difficile! «Mi trovavo – dice – nello stato di uno che è a letto, al mattino. Gli dicono: “Fuori, Agostino, alzati”. Io invece, dicevo: “Sì, ma più tardi, ancora un pochino!”. Finalmente il Signore mi ha dato uno strattone, sono andato fuori». Ecco, non bisogna di- re: «Sì, ma; sì, ma più tardi». Bisogna dire: «Signore, sì! Subito!». Questa è la fede. Rispondere con generosità al Signore. Ma chi è che dice questo sì? Chi è umile e si fida di Dio completamente! Mia madre mi diceva quand’ero grandetto: da piccolo sei stato molto ammalato ho dovuto portarti da un medico all’altro e vegliare notti intere; mi credi? Come avrei potuto dire: mamma non ti credo? Ma sì che credo, credo a quello che mi dici, ma credo specialmente a te. E così è nella fede. Non si tratta solo di credere alle cose che Dio ha rivelato, ma lui, che merita la nostra fede, che ci ha tanto amato e tanto fatto per amore nostro. Difficile è anche accettare qualche verità, perché le verità della fede son di due specie: alcune gradite, altre ostiche al nostro spirito. (Udienza generale, 13 settembre 1978, —O.O. vol. 9 pagg. 56-57)

La fede è arrendersi a Dio, accogliere la sua rivelazione, rispondendo con generosità alla sua chiamata con umiltà e generosità: così si riconoscono le grandi opere che Lui compie per noi in continuazione, rivelatrici di un amore immenso che tiene insieme libertà e obbedienza.

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